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Aerfect

L'ARTE è qualcosa che avevo abbandonato per strada negli anni dell'adolescenza...
qualcosa a cui...non rispondevo quasi più...
L'ARTE è qualcosa di dimenticato,sepolto dei ricordi di studentessa.... confusa....
Allora l'ARTE urlava...e il suo squarcio nella freschezza vitale mi manteneva in uno stato di perpetuo...sogno....

Quotidiano dove il reale e il possibile si mescolavano alla magia del tutto....
C'era il sogno ma non come desideri d'avverare... era il sogno di vivere:....
quella sostanza vischiosa che mi permetteva di galleggiare....
in un mio stato metafisico incosciente molto lucido!

L'ARTE E' QUALCOSA CHE URLA...
L'ARTE E' QUALCOSA CHE URLA...
L'ARTE E' QUALCOSA CHE URLA.....

L'URLO FEROCE CHE MI RENDEVA DIVERSA....
L'URLO FEROCE CHE MI RENDEVA DIVERSA....
L'URLO FEROCE CHE MI RENDEVA DIVERSA....

L'ARTE E' QUALCOSA CHE URLA...
L'ARTE E' QUALCOSA CHE URLA...

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Musicalmente è nata in assenza di Sara.
È un pezzo che spazia tantissimo tra il lento e qualche parentesi quasi metal, che ci ricorda vagamente e con molto rispetto gli A Perfect Circle. Un errore di Massimo nell'invio delle registrazioni e il titolo, che doveva essere “A Perfect”, si è autopersonalizzato in Aerfect.

L'intento della canzone era quello di creare qualcosa di sottile: una chitarra piena di riverbero, un basso suonato con gli armonici tipicamente da Carico, una batteria mai piatta, che poi esplodono in ritornelli scanditi e pieni di spessore, pesanti se vogliamo, con un suono tipicamente moderno come quello degli A Perfect Circle.
Il ritmo si fa sincopato ed il tutto porta ad un assolo di chitarra molto melodico, che regala respiro prima della parte dura del pezzo: qui la voce diventa rabbiosa ed i suoni si trasformano.

Il basso sembra ringhiare mentre la chitarra si fa distorta a sottolineare il cambio d' atmosfera. Colpi netti, secchi e precisi, atmosfera cupa. La batteria scandisce il tempo a colpi di cassa prima di esplodere in un ritmo serrato dai suoni duri che con un continuo crescendo riportano all'apertura musicale del solo di chitarra.

L'intento della parte di riff veloce sincronizzato con la batteria era quello, secondo Massimo, di citare un altra band che stava ascoltando in quei giorni: gli Opeth. Chiaramente con una sola chitarra è difficile citare una band a due chitarre più tastiera, ma il Carico ha cercato il più possibile di ricreare quell'atmosfera usando la potenza del basso e la precisione della batteria.

È un pezzo che ricorda il sogno, l'atmosfera spazia tra lo straziante, il nebuloso e l'oscuro.
Parla di Sara, del suo periodo delle scuole superiori e dei primi anni di università a Firenze. Disegnava, dipingeva, scriveva molto, non c'erano doveri se non quelli di portarsi a casa dei bei voti, ma pulsava già dentro di lei qualcosa che poi a tratti sarebbe diventato oscuro e ferace quanto dirompente e visionario.

La creatività è figlia sempre di tumulti interiori a tratti bellissimi ed estasianti a tratti orribili e oscuri che squarciano l'esistenza e che se non ben incanalati rischiano di far perdere l'orientamento.

Pensava molto ai quei tempi, anzi: pensava di pensare molto .ma non dava un senso a ciò che percorreva con la mente; era tutto di passaggio, tutto troppo veloce e tutto estremamente sentito, troppo. E non riuscire a dare un senso a quello che si pensa è pericoloso specie a quell'età.

Se non avessi avuto penne, pennelli e matite forse quell'urlo violento, che nasce a volte tutt'ora da qualche parte al centro di me, non mi avrebbe permesso di diventare ciò che sono!

L'arte, quella che studiava ai tempi, si mescolava ai giorni che passavano; non c'era fine né inizio: prima di essere adulti si vive in un limbo e lei lo percepiva ammirando le opere altrui con un senso tremendo di frustrazione e di meraviglia.

Non riuscivo a produrre cose così belle, non avrei mai equiparato la capacità di Dalì e la bellezza delle parole di Garcia Lorca, ma ne restavo abbacinata e invidiosa... ispirata e frustrata...
Era come una lotta e avrei voluto urlare, spaccare, squarciare la mia capacità di comprensione e la mia incapacità di riproduzione. Il genio altrui è qualcosa di spiazzante, nel bene e nel male. A volte era dura, ma ora da adulta osservo quella fase della mia vita con grandissima tenerezza e scorgo la radice più profonda di quello che poi sono diventata!

Devo tutta la mia arte, anche se non credo seriamente io ne abbia mai fatta, a mio padre... che mi ha permesso di vivere seguendo i miei istinti più profondi, e credendo sempre in me con grande fiducia!
E devo molto a tutti quei grandi grandi grandi artisti e geni che tutt'ora sconvolgono e ispirano la mia vita creativa! Risvegliano in me quell'urlo atavico che forse riesco a far esplodere cantando!

IlCaricodeiSuoniSospesi.It