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Giuliano The Cat

Stare al bar è una vita che non voglio fare,
sentire tutti i miei colleghi parlare dei soldi ,
delle case che vorrebbero comprare,
delle auto che stanno per finir di pagare
di tutte le altre stronzate di cui non faccio parte...
E' frustrante..

Basta non voglio più lavorare....
voglio andare/ a rubaaaaare.....

Il gruppo mi da il modo di uscire da questi canoni e gridare ciò che voglio fare
non voglio tutta la vita stare dietro ad un bancone ....
Magari vedo tutto molto amplificato ,
ma con voi posso parlar liberamente
senza sentirmi un estraneo..

Basta non ne posso più....non voglio più lavorare....
voglio andare a rubare.....
anzi no...anche quello è troppo complicato....

basta non ne posso più...
non voglio più lavorare...
voglio andare a rubareeeeeeeee...

voglio andare a rubare.....
voglio andare anche a cagare...

voglio andare a rubare...
voglio andare a rubare...
venite tutti con me a cagare!!!!

-

Questo pezzo vuole essere un omaggio a Tommy The Cat dei Primus. Non ha molto a che fare con loro dal punto di vista stilistico, ma è stato un gioco venuto da sé.

Sacha ha scritto il giro di basso della strofa e del ritornello guardando il suo gatto Giuliano camminare, da dietro, col tipico dondolio del gatto maschio placido ma al contempo minaccioso.
Il gatto che sentiamo all'inizio del pezzo è un campione, catturato proprio da Giuliano!

Il pezzo nacque su di un basso freatless, ma è poi stato riadattato sul basso standard. È rimasto strumentale per mesi, poi un giorno uno di noi (e non diremo il nome perché vuol rimanere nell'anonimato) ci scrisse una mail di sfogo riguardo al proprio lavoro.

In sala Sara pensò di adattare questa mail al pezzo e tra una stupidaggine e l'altra durante le prove venne fuori in un delirio, tra il serio e il faceto ,il testo del ritornello e della parte finale che a parere nostro da carattere, ironia e la giusta “cattiveria" al resto.
Anche musicalmente nel finale il pezzo si capovolge: diventa teso, violento, ma con un perfetto equilibrio tra l'ironia e la rabbia. È un po' come se ci fossimo inventati un personaggio: Giuliano detto il gatto. Pigro, represso e arrabbiato, deve lavorare troppo in un luogo che non gli si addice e vorrebbe solo campare d'aria (o di musica).

La strofa, udibile sin dall'inizio, sincopata ed in slap, si sposa benissimo con l'immagine del gatto che cammina: attento e preciso, ma allo stesso tempo rilassato. Chitarra e batteria dai toni jazzati non fanno che aumentare, col loro ingresso, questa sensazione attraverso ritmi saltellanti, seguite da un'elettronica appena accennata.
La linea vocale riesce a sottolineare l'ironia che sta alla base del testo, pur non mancando di grinta sopratutto nel finale. I ritornelli si aprono e portano un atmosfera più distesa.

Uno stacco nettissimo sul ritornello, etereo e sottile, poche note per sottolineare lo stato d'animo di chi non riesce più a sopportare lo stress quotidiano, in un'atmosfera però distesa.

La via direttissima per un finale di chi è sovrastato dallo stress qual'è? Un'esplosione.
La seconda parte del pezzo che si apre con una serie di interventi dei vari strumenti come se ognuno “dicesse la sua” prima di un'uscita pesante, scattosa e rabbiosa, in cui il gruppo esplode ad ogni concerto. Slap e batteria ostinata. Il tutto completato da un assolo anomalo che, se vogliamo, ricorda gli assoli di Larry LaLonde dei Primus, fino alla conclusione sincopata e dura.

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